Mar 28

Lo shock culturale dell’informazione

Scritto da Alfredo Chiaro (March 28, 2009 @ 12:30 pm)
Media e comunicazione, Riflessioni Comments Off

Cari lettori, come i miei amici e colleghi jecommini sanno, da un paio di mesi mi trovo a Rotterdam, nei Paesi Bassi, per completare i miei studi. L’emigrante, se considerato dal punto di vista dei legami informativi che lo uniscono al paese d’origine durante la sua permanenza all’estero, può assumere svariate forme. C’è l’emigrante che passa le serate al telefono con i suoi connazionali. C’è quello che i connazionali li cerca nel paese ospitante, finendo per non imparare nulla sul piano interculturale. C’è l’esterofilo che cerca i tratti positivi del paese ospitante per “rinfacciarli” ai connazionali. C’è quello che cerca di adattarsi alla cultura locale, mantenendo però la propria identità nazionale. Infine, c’è l’emigrante che viene totalmente assimilato dalla nuova cultura, quasi perdendo i propri tratti originari.

Io credo di appartenere a quella categoria che cerca l’adattamento e al tempo stesso il mantenimento della propria identità. Probabilmente è questa seconda caratteristica che mi porta a comprare pacchi di spaghetti ogni volta che torno in Italia per qualche giorno, per poi cucinarli con i compagni di appartamento non italiani. L’adattamento è necessario per non subire un “cultural shock”; anche se, in fin dei conti, tutti subiscono uno shock culturale, ma chi riesce ad adattarsi presto può limitarne le conseguenze (incluso il “reverse cultural shock” al rientro nel proprio paese dopo un lungo periodo all’estero).

Il tipo di adattamento, come già dicevo, può riflettersi nei legami informativi col proprio paese. Una volta all’estero, molto di noi tentano di mantenersi informati su ciò che accade nel proprio paese. È ciò che faccio anch’io: tutti i giorni apro almeno uno o due siti web di informazione tra Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore (escludiamo pure TgCom: tutti, talvolta, vogliamo perdere tempo). Ed è a quel punto che mi rendo conto delle differenze nella qualità dell’informazione, partendo dalla selezione operata dai media sui contenuti.

L’informazione italiana soffre ancora delle stesse pecche strutturali da decenni, è controllata, non è obiettiva e soprattutto non è abbastanza rilevante per il benessere del cittadino. Negli ultimi giorni le testate parlano solo del congresso con cui è nato il nuovo partito del “Popolo delle Libertà”, che non è altro che un contenitore per riciclare idee vecchie in un contesto nuovo che forse non è stato compreso appieno. Le parole sono le stesse che venivano usate nel 1994, i commenti da e contro l’opposizione pure, le reazioni dal mondo politico prevedibili.

Soffriamo ancora la presenza di una politica fatta di parole e non di fatti, ideologie ottocentesche che ostacolano qualunque policymaking responsabile. L’informazione italiana riflette tutto questo. Non parla dei reali problemi, come l’economia. Molti non sanno perché c’è la crisi, e che cosa significa: provate a chiedere in giro (magari non a chi si laurea in economia: non sono i soli a votare). La BBC stamattina trasmetteva un episodio di una serie di speciali su come l’Europa percepisce la crisi: un inviato, stavolta, visitava i paesi dell’Est Europa, entrando nei ristoranti e sedendosi al tavolo con persone comuni, per porgli domande e ascoltare le loro opinioni.

Attenzione, il trash non manca mai, soprattutto nella televisione britannica; ma se tra tanto trash si parla anche di economia e fatti concreti, magari non dopo le 23.30, i cittadini possono finalmente comprendere cosa accade ed essere più consapevoli delle proprie scelte. E, ogni tanto, guardare qualcosa di interessante. C’è un reality dove un aspirante manager diventa direttore di un punto di ristorazione per un giorno: vince chi ottiene la performance migliore a fine giornata. In un altro famoso show, Dragons’ Den, cinque venture capitalist milionari selezionano le idee di business degli aspiranti imprenditori; solo un ristretto numero di essi, se l’idea è buona e la negoziazione con i “dragoni” va a buon fine, riusciranno a volare. Fortuna che c’è Internet (http://www.bbc.co.uk/dragonsden/).

Mar 11

Diario semi-serio del JSM 2009

Scritto da JECoMM (March 11, 2009 @ 9:45 pm)
Eventi, Jade Network 5 Comments »

Per il secondo anno consecutivo ho avuto l’onore di partecipare al Jade Spring Meeting, anche questa volta a Bruxelles… Cerimonia d’apertura in grande stile nella sede del Parlamento Europeo, con il commissario all’Educazione Jàn FIGEL e tanti altri stakeholders che il Board 2009 è riuscito a coinvolgere.

Cena di gala al museo dell’automobile e poi la prima delle tre grandi serate danzanti degli entrepreneur…ogni sera un party, come è giusto che sia………Come non citare il Dimitri bocconiano, la prosperosa tedesca e le colleghe teutoniche e spagnole, quei simpaticoni di Alex e Boldwin da Jade UK….e ovviamente il board di Jade Italia con la nostra Francy a far da padrona, per finire con quel giramondo di Alfre, sempre presente…..

Ma la trasferta di Bruxelles prevedeva anche i mitici workshop, e per mitici intendo soprattutto quelli delle 9,dopo una notte alcolica e di baldoria…..ma voglio condividere con voi i concetti principali che queste sessioni formative mi hanno lasciato.

Il primo era sulla persuasione, con riferimento alle negoziazioni per i nuovi progetti (il meno interessante):

- Reciprocation & Liking: l’approccio è fondamentale, trovare punti di contatto facilita;

- Scarcity & Authority: esclusività dell’offerta e credibilità data dai fatti e dalla tua storia;

- Consistency : impegno nella percezione dei bisogni;

- Consensus & group thinking.

Nel pomeriggio del secondo giorno, per un attimo mi perdevo il workshop sul time management, tenuto da un simpatico consulente arrivato con un’ora di ritardo (i sovversivi son tornati in albergo). Anyway, vi segnalo il quadrante di Eisenhower, per sezionare task urgenti (pressioni esterne) e/o importanti (legati agli obiettivi personali). Una distinzione va fatta tra le persone TASK-oriented (che puntano ai risultati) e quelle PEOPLE-oriented (più attente alle relazioni). Come sempre è l’equilibrio la chiave del successo, oltre ad un piano operativo dettagliato: priorità, analisi, e scadenze sono le parole chiave. Ogni obiettivo che ci poniamo davanti deve, come piace ai manager, essere SMART: specific, measurable, achievable, realistic, time. È proprio quest’ultimo elemento che può fare la differenza, ed il vecchio Tommy ne sa qualcosa, visto che voleva organizzare una training su questo topic…..

Infine il terzo e ultimo workshop ha analizzato il fattore culturale nei rapporti di lavoro, tenuto dal presidente dell’European Institute for Industrial Leadership, Steven Price. Nonostante le condizioni approssimative in cui versavo, non ho potuto fare a meno di notare che l’incontro ha ruotato attorno alle 6 dimensioni del modello di Hostfede(che vi invito ad approfondire): Mascu/Femin, Individ/Collect, Incertainty avoidance, Power distance, Long/Short-term orientation, mono/polichronic… Le culture nazioniali, spesso giudicate con stereotipi, hanno una posizione nel continuum di queste 6 dimensioni, più o meno vicine agli estremi. Ogni attento osservatore e negoziatore dovrebbe prima di tutto essere consapevole della prospettiva culturale sopracitata; occorre calibrare il modello per calcolare la “cultural posture” dei nostri “opponents”. Una volta identificati i gap e le aree “of concern”, possiamo (e dovremmo) cambiare ed adattare il nostro atteggiamento.

Forse sono stato un po’ specifico, ma il knowledge-sharing è una delle keyword del mondo JE… Alla prossima puntata!!!!

Porterò per sempre con me le emozioni di questi due JSM!!!