Apr 23

Rotterdam City Marathon

Scritto da Alfredo Chiaro (April 23, 2009 @ 10:04 am)
Eventi, Riflessioni 1 Comment »

Il 5 aprile 2009 si è svolta la Rotterdam City Marathon, competizione che consiste nei classici 42 km di percorso sulle strade della città olandese dove attualmente mi trovo a studiare. JECoMM ha sponsorizzato Paolo Ferrari, mio compagno di classe, che ha scritto un report della sua esperienza.

Circa un anno fa scommettevo con in mio coinquilino di allora che sarei riuscito a smettere di fumare. Fumavo regolarmente da quasi sei anni. E, passo dopo passo, con una fatica tremenda sono riuscito a superare i primi mesi senza sigarette. E mi chiedevo: perché lo faccio?

Mi sono reso pienamente conto solo il 5 aprile di quanto preziosa fosse stata la mia determinazione. Un anno dopo la mia decisione di smettere di fumare ho completato i 42 e passa chilometri della Maratona di Rotterdam. Sono un maratoneta!

Ma quanti sacrifici per raggiungere questo traguardo. Oltre a smettere di fumare ci vogliono l’allenamento, la dieta, la concentrazione. Però, che volontà! Nel mese e mezzo prima dell’allenamento ho corso una media di 50 km a settimana, affiancando a questo lo sforzo di completare gli esami e i colloqui di lavoro. E posso dire che ogni sforzo è stato ripagato mille volte.

E la fatica diventa praticamente insopportabile, durante la corsa, verso il 30esimo chilometro. A questo punto della gara arriva quello che in gergo podistico si chiama “il folletto col martello” che ti colpisce le gambe e non ti fa più correre; non male per essere la fantasia di un corridore che l’ha inventato, neh?  In realtà si tratta del fatto fisiologico che dopo una distanza del genere il livello degli zuccheri (fruttosio, destrosio) nel sangue cade improvvisamente e i muscoli non hanno più energia da utilizzare. A questo punto la fatica diventa immensa. E per riuscire a continuare a correre bisogna trovare un modo di astrarre il pensiero e rimanere molto concentrati. Questo porta a riflettere sulla vita, anche se in una maniera molto diversa da quello che si fa in adolescenza; si inizia a riflettere su quanto sia bella la vita, si rivivono i momenti sereni, divertenti, si sente vicino a sé l’affetto delle persone care e si riesce a capire, in questo momento, quanto amore ci danno, e quanto amore noi diamo a loro. Ci si sente come quando, dopo essersi persi  in una notte buia, arriva un fulmine che ci illumina e ci dà una visione di tutto quello che abbiamo intorno e dal quale, per lungo tempo, le gabbie della razionalità ci hanno tenuto all’oscuro.

Quello che ho imparato da questa occasione, come in altre della vita, è che quando ci poniamo un obiettivo l’ unica cosa che ci separa dal suo raggiungimento è lo sforzo che ci mettiamo per raggiungerlo. Ho imparato che lavorando su me stesso, se necessario piano piano, posso ottenere grandi cose, così come possiamo ottenerle tutti. Però l’ importante, almeno così è nel mio caso, è porsi degli obiettivi nobili, e perseverare per ottenerli. Senza lasciarsi abbattere dalle difficoltà. E con il massimo rispetto per la nostra terra, e per chi ci sta accanto.

Come quasi tutti alla fine della prima maratona, ho pianto. Un pianto di gioia, come di bambino felice.

Paolo Ferrari

Rotterdam City Marathon

Mar 28

Lo shock culturale dell’informazione

Scritto da Alfredo Chiaro (March 28, 2009 @ 12:30 pm)
Media e comunicazione, Riflessioni Comments Off

Cari lettori, come i miei amici e colleghi jecommini sanno, da un paio di mesi mi trovo a Rotterdam, nei Paesi Bassi, per completare i miei studi. L’emigrante, se considerato dal punto di vista dei legami informativi che lo uniscono al paese d’origine durante la sua permanenza all’estero, può assumere svariate forme. C’è l’emigrante che passa le serate al telefono con i suoi connazionali. C’è quello che i connazionali li cerca nel paese ospitante, finendo per non imparare nulla sul piano interculturale. C’è l’esterofilo che cerca i tratti positivi del paese ospitante per “rinfacciarli” ai connazionali. C’è quello che cerca di adattarsi alla cultura locale, mantenendo però la propria identità nazionale. Infine, c’è l’emigrante che viene totalmente assimilato dalla nuova cultura, quasi perdendo i propri tratti originari.

Io credo di appartenere a quella categoria che cerca l’adattamento e al tempo stesso il mantenimento della propria identità. Probabilmente è questa seconda caratteristica che mi porta a comprare pacchi di spaghetti ogni volta che torno in Italia per qualche giorno, per poi cucinarli con i compagni di appartamento non italiani. L’adattamento è necessario per non subire un “cultural shock”; anche se, in fin dei conti, tutti subiscono uno shock culturale, ma chi riesce ad adattarsi presto può limitarne le conseguenze (incluso il “reverse cultural shock” al rientro nel proprio paese dopo un lungo periodo all’estero).

Il tipo di adattamento, come già dicevo, può riflettersi nei legami informativi col proprio paese. Una volta all’estero, molto di noi tentano di mantenersi informati su ciò che accade nel proprio paese. È ciò che faccio anch’io: tutti i giorni apro almeno uno o due siti web di informazione tra Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore (escludiamo pure TgCom: tutti, talvolta, vogliamo perdere tempo). Ed è a quel punto che mi rendo conto delle differenze nella qualità dell’informazione, partendo dalla selezione operata dai media sui contenuti.

L’informazione italiana soffre ancora delle stesse pecche strutturali da decenni, è controllata, non è obiettiva e soprattutto non è abbastanza rilevante per il benessere del cittadino. Negli ultimi giorni le testate parlano solo del congresso con cui è nato il nuovo partito del “Popolo delle Libertà”, che non è altro che un contenitore per riciclare idee vecchie in un contesto nuovo che forse non è stato compreso appieno. Le parole sono le stesse che venivano usate nel 1994, i commenti da e contro l’opposizione pure, le reazioni dal mondo politico prevedibili.

Soffriamo ancora la presenza di una politica fatta di parole e non di fatti, ideologie ottocentesche che ostacolano qualunque policymaking responsabile. L’informazione italiana riflette tutto questo. Non parla dei reali problemi, come l’economia. Molti non sanno perché c’è la crisi, e che cosa significa: provate a chiedere in giro (magari non a chi si laurea in economia: non sono i soli a votare). La BBC stamattina trasmetteva un episodio di una serie di speciali su come l’Europa percepisce la crisi: un inviato, stavolta, visitava i paesi dell’Est Europa, entrando nei ristoranti e sedendosi al tavolo con persone comuni, per porgli domande e ascoltare le loro opinioni.

Attenzione, il trash non manca mai, soprattutto nella televisione britannica; ma se tra tanto trash si parla anche di economia e fatti concreti, magari non dopo le 23.30, i cittadini possono finalmente comprendere cosa accade ed essere più consapevoli delle proprie scelte. E, ogni tanto, guardare qualcosa di interessante. C’è un reality dove un aspirante manager diventa direttore di un punto di ristorazione per un giorno: vince chi ottiene la performance migliore a fine giornata. In un altro famoso show, Dragons’ Den, cinque venture capitalist milionari selezionano le idee di business degli aspiranti imprenditori; solo un ristretto numero di essi, se l’idea è buona e la negoziazione con i “dragoni” va a buon fine, riusciranno a volare. Fortuna che c’è Internet (http://www.bbc.co.uk/dragonsden/).

Jan 10

Vorrei raccontarvi la mia esperienza di quanto JECoMM sia stata utile per il mio ingresso nel mondo del lavoro. Mi sono laureato a fine marzo 2008, corso di laurea in Comunicazione e Società (una delle lauree triennali della facoltà di Scienze Politiche). Una junior enterprise e l’università sono due responsabilità da prendere seriamente, ma non per questo risultano incompatibili: sono riuscito come tutti gli altri associati a laurearmi senza andare fuori corso. A pieni voti, per giunta, come del resto una gran parte degli associati. Credo, anzi, che vivere il periodo degli studi con un team di persone che condivide diversi miei corsi, con cui mettere in pratica le materie di studio e l’interesse per la comunicazione, mi abbia stimolato e aiutato anche nello studio.

Dopo la laurea ho iniziato a scrivere e diffondere i miei curricula, ho fatto qualche colloquio qua e là. Come un po’ tutti i neolaureati sono rimasto per due mesi in un limbo di aspettative, indecisione e insicurezza. Anche in questa occasione JECoMM mi è stata utile, perché dopo la laurea e i dovuti festeggiamenti, dopo il primo periodo di riposo totale, la nullafacenza inizia a pesare… ci si sente inutili ed è facile demotivarsi. Invece avere un progetto a cui dedicare energie mi ha tenuto in forma. Ricordo che andavo in università per le assemblee della junior anche i mesi dopo la laurea, e che ero contento di avere finalmente molto tempo da dedicare a JECoMM, dopo un periodo di pausa-tesi.

Finché un bel giorno non ricevo, inattesa, una telefonata Seat Pagine Gialle. Mi dicono che hanno avuto il mio numero di cellulare dall’Università e mi chiedono se mi interessa uno stage di 6 mesi, 800 euro al mese. Niente male come opportunità: la possibilità di lavorare e formarsi in una grande azienda, per di più retribuito.

Così ho partecipato a due colloqui di selezione. Il primo era con tre altri candidati presenti quel giorno. Mi sono presentato vestito come se dovessi andare da un cliente JECoMM: jeans, camicia e giacca. Un vestiario elegante il giusto. Le esperienze vissute nella Junior mi avevano abituato a sentirmi più a mio agio in situazioni come quella, in cui gli interlocutori si aspettano da noi un certo vestiario, un certo linguaggio e soprattutto sicurezza di sé. Perciò, pur essendo giustamente teso, mi ero preparato delle argomentazioni ben precise sul mio curriculum. In fondo non avevo che da essere sincero e mettere in evidenza ciò che grazie a JECoMM avevo avuto occasione di fare e le cose che avevo imparato. Le esaminatrici sono riuscite a mettere tutti a proprio agio e il colloquio è stato piacevole, pur durando ben due ore, con domande a cui noi candidati rispondevamo a turno.

La prima volta che ho scritto un CV è stato per la presentazione a Jade Italia: ricordo i consigli della Anto e il formato europeo che avevamo scelto di adottare tutti. Naturalmente le selezionatrici avevano letto il mio curriculum aggiornato ed erano molto curiose di JECoMM. Hanno visto che avevo partecipato a diversi progetti, e mi hanno lasciato abbastanza spazio per illustrarli.

Mi sono reso conto che stavo andando bene quando ho iniziato a parlare della fondazione di JECoMM, e del fatto che trattandosi di una start-up è stata un’avventura soprattutto agli inizi, quando non c’era niente di definito ed era tutta da inventare. Non potevo immaginare che il progetto per il quale ci stavano scegliendo era anch’esso a suo modo una start-up nella struttura di Seat: parlavo a ruota libera, perché vedevo che le avevo colpite.
Quando poi mi hanno chiesto se uso il computer ho potuto rispondere che usavo quotidianamente due caselle e-mail, un’intranet aziendale con forum e wiki (grazie ad Alfie!), e che ero abituato al lavoro a distanza attraverso msn o skype. Credo che anche questo le abbia stupite, il fatto che un’azienda no profit composta da una decina di universitari fosse così ben organizzata dal punto di vista tecnologico e informatico.

Insomma, sono stato scelto io al posto di altri candidati anche molto validi, e credo il merito sia in gran parte di JECoMM. Molti avevano in curriculum tanti piccoli lavoretti, alcuni di buon livello, altri fatti solo per mettere da parte qualche soldo. Io durante gli studi ho lavorato gratis, perché la Junior ti ripaga soltanto in formazione. Davvero non me ne pento.

Il primo giorno di corso in Seat mi sono accorto di essere il più giovane tra i miei futuri colleghi: 23 anni contro una media tra i 25 e i 28. Mi sono accorto di avere una semplice laurea triennale, mentre qualcuno di loro aveva anche specialistica e master. Mi sono accorto che tutti (venissero da un corso di laurea in Economia indirizzo di comunicazione, o come me da Comunicazione indirizzo di marketing) avevano esperienze extra, e di tipo manageriale. Non tutti venivano da una Junior, ma comunque ciascuno era stato scelto per il bagaglio di competenze concrete che era riuscito a costruirsi durante gli studi.

Per la cronaca, ad oggi i sei mesi di stage sono conclusi e mi hanno rinnovato. Stiamo costruendo, per la squadra di agenti che seguo, un forum per fare squadra e lavorare più “jecomm style” :)

Follow the Gecko!

Tommaso.

Nov 01

Multinazionali, non proprio esempi di creatività

Scritto da Alfredo Chiaro (November 1, 2008 @ 3:31 pm)
Riflessioni 1 Comment »

Dopo ormai diversi mesi da studente di management, sono arrivato anch’io alla ricerca di uno stage per la prossima estate. Avendo l’obbligo, da programma, di lavorare fuori dal mio Paese d’origine e in cui studio, come molti altri studenti mi sto trovando a revisionare le offerte di “Summer Internship” di varie aziende multinazionali.

I Summer Internship sono ormai dei “pacchetti” di 3 mesi abbastanza standardizzati: un programma in cui lo studente è affiancato da un manager di linea, ha degli obiettivi da raggiungere e una valutazione finale (talvolta anche una a metà programma); anche la durata è ormai uno standard, con le aziende che offrono solitamente 8, 10 o 12 settimane di stage.

Dopo aver visionato almeno una ventina di annunci, tuttavia, mi dispiace testimoniare come le aziende non abbiano un particolare interesse a differenziarsi, almeno in termini verbali. Sembra che gli internship, così come i “graduate programmes” (programmi internazionali di 1-2 anni per neolaureati), siano tutti challenging, fast-track, hands-on, exciting, e che trasformano your knowledge into practice (ma va’? Pensavo che il lavoro non fosse pratica…).

Ancora più scandaloso è il modo in cui le aziende descrivono i profili dei candidati ideali. Tenendo presente che una delle caratteristiche più menzionate è la “creatività”, possiamo facilmente notare come le aziende stesse ne manchino ampiamente. Ecco infatti diverse aziende tra le più conosciute, e le caratteristiche dei loro candidati ideali (annunci tratti da iTraineeship.com):

Bosch:
- team-playing skills and flexibility

Siemens:
- international orientation
- creativity and willingness to learn
- ability to work in a team

Cardinal Health:
- strong leadership and communication skills
- process and results orientation

ING:
- strong management skills and the ability to win people over

Henkel:
You should possess a high degree of personal commitment and initiative and convince us with your analytical and conceptional skills. We look for candidates who prefer challenging goals, handle stress situations well and are team players.

L’Oréal:
- your success in a world of innovation will come from enthusiasm, ambition, and creativity

Reuters:
- ambition, innovation and enthusiasm

Swiss Re:
- the ability to deliver outstanding solutions and relate well to people from different backgrounds and cultures

Adidas:
- ambitious and keen to learn
- enjoy working in a team and think internationally

Mol:
- target oriented personality
- commitments to challenge and prove your skills and abilities

Aareal Bank:
- a keen interest in working together with colleagues from other cultures

Direct HR:
- an outgoing personality
- a goal oriented worker
- resistant to stress

Lo scenario è deprimente: le stesse, identiche, parole: orientamento ai risultati, teamwork, ambizione, entusiasmo, creatività, multiculturalismo. A questo punto la domanda è lecita: ma è veramente utile questa job description? A questo punto dieci volte meglio ad annunci come quello di Dockwise, azienda di logistica e trasporti, che come unico requisito per i candidati cita: If you do not have a valid workpermit for the EU, we cannot consider your application. Attenti, studenti clandestini!

Oct 13

Leader si nasce o si diventa?

Scritto da Francesca Gilardoni (October 13, 2008 @ 6:46 pm)
Riflessioni Comments Off

E’ uscito già da qualche giorno su L’universitario un nuovo articolo a cura di JECoMM, scritto stavolta da Gianfilippo.
Eccovelo qui:

LEADERSHIP E MANAGEMENT
Oggi è sempre più indispensabile, per la sopravvivenza e l’affermazione delle aziende, riuscire a “tirar fuori il meglio dai propri collaboratori”, adottando uno stile di guida autorevole, al fine di creare un gruppo compatto, in cui ognuno sia consapevole del proprio ruolo, dei propri compiti e delle proprie responsabilità.


Ai vertici aziendali si delinea una nuova figura che va oltre l’essere un buon manager: vengono richieste le competenze di un vero leader in quanto si è smesso di dirigere e si è finalmente iniziato a guidare.


Leader si nasce o si diventa? La buona notizia è che leader si può diventare con una certa dose di impegno. La leadership, cioè la capacità di un singolo di guidare un gruppo di persone verso il raggiungimento di un obiettivo, dipende dalla sua capacità di stimolarle e motivarle grazie all’uso sapiente di pochi e semplici elementi. Occorre intanto sviluppare la propria leadership; comprendere meglio se stessi, e il valore del proprio lavoro; poi migliorare le qualità manageriali dei collaboratori; affrontare e superare le difficoltà relazionali; rendere efficace l’interazione con gli interpreti dei vari ruoli aziendali.


Il bravo leader non è dunque colui che dall’alto di una cattedra impartisce ordini ai propri subalterni, tenendo per sé informazioni strategiche per l’andamento del business; al contrario, solo intavolando un dialogo aperto con il gruppo e con i singoli egli potrà conoscerli, apprezzarli e stabilire un clima di fiducia reciproca. Il leader allora promuoverà la leadership tra i dipendenti per creare un’intelligenza collettiva a tutti i livelli e rendere possibili performance migliori. Il coinvolgimento richiede tempo pazienza e investimenti sulle persone in vista di obiettivi a lunga scadenza.


In definitiva leadership non indica il successo di un singolo ma la forza di un gruppo, che insieme arriva a conquistare un risultato, a raggiungere un obiettivo:la leadership sarà tanto più efficace quanto più il capo avrà saputo aggiudicarsi la stima e il rispetto dei suoi collaboratori, riuscendo a motivarli e portandoli a lavorare in un clima positivo, fiducioso e favorevole, un ambiente che favorisca il rapporto interpersonale, che premi il successo che alla fine si consegue, che motivi gli uomini. Il leader è colui che influisce sui comportamenti altrui.


E il manager? Egli coordina ed integra le risorse per raggiungere determinati obiettivi dell’organizzazione. La leadership può così essere considerata un aspetto del management, ma non può identificarsi con esso.


Così il leader è colui che fa le cose giuste, che persegue l’efficacia, quindi il raggiungimento degli obiettivi strategici; egli influenza e guida. Il manager, invece, è colui che fa le cose bene, quindi persegue l’efficienza organizza, coordina, controlla. Il leader sviluppa il sapere del perché fare, il manager quello di cosa fare.


Ma non dimentichiamoci che le aziende sono in continuo movimento, in continuo cambiamento e proprio per questo motivo hanno bisogno di leader le cui maggiori sfide professionali vengono proprio dal processo di gestione del cambiamento che richiede abilità e capacità politiche non comuni.

Per leggere tutto il numero del giornale cercatelo nelle vostre università o sul sito a questo link: http://www.luniversitario.it/doc/luni_16.pdf

Sep 23

Studiare o lavorare all’estero? Perchè no!

Scritto da Francesca Gilardoni (September 23, 2008 @ 2:20 pm)
Riflessioni 10 Comments »

Continua la nostra collaborazione con L’Universitario.
In questo numero Anna ci parla delle opportunità di studio e lavoro all’estero, una possibilità unica per arricchire il curriculum di tutti gli studenti.
Leggete a pagina 6 della rivista!

http://www.luniversitario.it/doc/luni_15.pdf

May 05

Quel 5 maggio 2007

Scritto da Alfredo Chiaro (May 5, 2008 @ 9:48 pm)
Jecomm Life, Riflessioni 6 Comments »

Le date importanti ci superano spesso senza che ce ne ricordiamo, è un dato di fatto; in particolare, sembra che noi uomini tendiamo a manifestare maggiormente questa mancanza (se di “mancanza” si può parlare). Il 5 maggio, in Italia, viene storicamente associato all’omonimo componimento del grande Manzoni, che ricordava la caduta di Napoleone Bonaparte datata 1821; inoltre, per una fetta (fortunatamente) più ristretta della popolazione, viene subito associato all’Inter che perdeva ingloriosamente lo scudetto 2001-2002 all’ultima giornata. Per qualcuno è il giorno in cui festeggiare il compleanno o ricordare la dipartita di un caro. Ma per una quindicina di persone è un “anniversario di fondazione”.

JECoMM festeggia oggi l’ingresso ufficiale in JADE Italia, network italiano delle Junior Enterprise! Una e-mail silente si è fatta strada dal server Gmail, che ospita il nostro indirizzo aziendale, diretta a tutti gli associati (presenti e passati). La Mega Presidentessa Galattica, coperta dall’anonimato, declama i primi versi dell’ode manzoniana, per poi ricordare che “Era il 5 maggio, ma non del 1821. All’ombra della Mole, in un fine settimana uggioso del 2007, siamo entrati a far parte di JADE Italia.”

Da fondatore, nonché primo Presidente a caricarsi l’associazione sulle spalle dopo l’ingresso nel network, cerco di evitare pleonasmi o parole di circostanza: servirebbero solo a ripetere concetti scontati e già ampiamente comunicati in questo blog. L’istinto mi porta, però, a fare una riflessione su cosa sia l’imprenditorialità nel senso più romantico del termine – siamo uomini di business, ma non ci siamo dimenticati delle nostre radici classiche. La creazione, più che la tanto citata creatività, è stata la nostra Arte. Il culmine dell’esperienza creazionista è il progresso che segue la creazione stessa, ovvero essere spettatori della crescita di ciò che si è creato. La gestione di cose immateriali, relazioni e persone potrebbe farci perdere di vista la portata dell’esperienza; al contrario di un genitore, che può verificare tangibilmente la crescita del proprio bambino.

Il testamento dell’esperienza creazionista di JECoMM si rivela nelle personalità dei suoi membri, e nel loro divenire rispetto ai primi tempi. Wilde, nel De Profundis, scriveva a tal proposito che “la qualità del proprio lavoro è condizionata dal rafforzamento della propria personalità”. E a un anno di distanza posso affermare con una certa sicurezza che il contesto è stato molto fertile, le personalità sono cresciute, sono emerse, e continueranno a farlo in futuro. Guardiamo avanti, godiamoci i successi, non rimproveriamoci di aver permesso a qualcuno di impedirci questa sensazione.

Buon successo a tutti,

Alfredo

Apr 10

Mettiamo sens nel sans

Scritto da Antonella Viggiani (April 10, 2008 @ 10:25 pm)
Riflessioni 18 Comments »

Per una volta (e probabilmente anche l’ultima :D ), scansiamo di lato le considerazioni pseudoserie sulla vita associativa e diamo ampio spazio alla sezione creativa di JECoMM.

Senza di essa non sarebbe esistito il nostro logo, il nostro materiale informativo, le spillette, e tutta quell’atmosfera di falsa perdigiorneria che aleggia nei team creativi. La grafica aziendale è fondamentale, ovunque, lo sanno le multinazionali e le piccole imprese: anche se il mio pulpito non è quello del grafico di mestiere, spesso ho avuto il piacere di notare che basta l’inventiva per creare qualcosa di favoloso, tanto poi per imparare due cose in Illustrator e metterlo in pratica non ci vuole molto. Alle volte si rischia di saper usare e mischiare tutti i livelli e i canali di Adobe per poi avere un logo societario monocromo col simbolo del fast forward.

Del nostro team creativo fa parte anche il font director. Non tutte le junior ne hanno uno, modestamente e personalmente parlando, e anzi molti pensano che sia altamente inutile; chi diamine vuoi che si assuma la briga di stare lì a scegliere un carattere di scrittura piuttosto che un altro? Tanto va bene il Times New Roman, di default in Microsoft Office 97. In casi eccezionalmente eccezionali l’Arial, senza per questo chiedersi perché uno sì e l’altro no.

Studiare scienze delle merendine (come alcuni chiamano le Facoltà di Comunicazione) non ti insegna a fare un bilancio, ma ti fa analizzare in maniera approfondita tutti gli standard comunicativi moderni e a capirne soprattutto l’applicazione. Sfumature che un ingegnere non coglierebbe nemmeno nella prossima vita: perché nelle pubblicità di prodotti per bambine si usa una certa musica? E in quelle per i bambini determinati colori e caratteri per le scritte? Perché uno spot viene ritirato dal mercato e secondo quali leggi? Perché ING Direct e il suo Conto Arancio ha così successo? Perché alcune società possono permettersi cartelloni grandi quanto una facciata di un palazzo, su una facciata di un palazzo appunto, mentre altre hanno un ritaglino 5×5 cm sul quotidiano free Metro? O anche: cos’è un quotidiano free?

Lezioni simili sviluppano in casi fortunati la fantasia e la creatività, formando perfetti comunicatori; in casi degeneri creano una schiera di tuttologi nullafacenti che finiranno a fare la specialistica in altre università per aggiustare il tiro.

Tornando al tema del post, che ormai sto perdendo di vista pure io, i caratteri di scrittura portano il nome (per chi si sia mai fatto venire in mente di aprire la tendina dei caratteri in un programma di editing testuale :D ) di chi li ha inventati, o di chi li ha ripescati dagli atavici archivi degli incisori settecenteschi riadattandoli agli applicativi informatici, o soprattutto dalla presenza o meno del serif. Traducibile in italiano con grazia, il serif racchiude tutti quegli elementi grafici e vagamente geometrici che allungano e decorano le asticelle delle singole lettere. Una “A” può avere le astine tronche (come la state visualizzando ora, e ciò comporta che il carattere per il nostro bLog è sans serif :D ) oppure può poggiare idealmente su delle piccole basi orizzontali. Così come una “C” o una “N”. Serif e sans serif sono dei termini francesi universalmente adattati al mondo dei font elettronici (“con grazie” e “senza grazie”) e che catalogano la vasta gamma dei caratteri a seconda della presenza o meno di questi elementi.

La scelta di un carattere ricade su un sans serif per la scrittura di un corpo di testo mediamente o molto lungo, data la tendenza ad affaticare meno l’occhio umano e al fine, così, di mantenere l’attenzione; tuttavia è buona cosa ricordare che un font serif non pone il problema di identificazione tra il segno “I” (i maiuscola) e il segno “l” (elle minuscola), mentre tende a confondere l’accostamento delle lettere “rn” con la “m”. La scelta di un carattere ricade perciò su un serif per la creazione di titoli a impatto o corpi contenuti di testo.

Detto ciò, arriviamo al punto. Se dico sans, riferendomi ad un font, a me viene in mente il nome Comic Sans… Maledettamente ideato nel 1994 manco a farlo apposta da uno scagnozzo di Bill, questo carattere prende largo presto nelle scuole (ho ancora piantato in testa un megastriscione della terza media, fatto da me per giunta, scritto in Comic Sans…) e nei documenti di Word di parecchie persone, sparsi ovunque e con qualunque proposito e target. Font soprattutto usato, inizialmente, giusto per cambiare un po’ dal Times New Roman.

Virando con nonchalance nella maniera più perfetta dalle regole che ho descritto nel paragrafo prima, milioni di persone nel mondo usano il Comic Sans molto (troppo) per i titoli, e poco per il corpo del testo. Io ci scrissi pure la tesi di maturità, reo confessa, ma me ne sono accorta in tempi brevi e mi sono distinta tra quelli che l’hanno usato a tempo debito e non abusandone a caso.

L’avvento dell’instant messaging di massa (Windows Live Messenger e similari, non ICQ di decine di anni fa) svela orridamente la presenza di migliaia, milioni, schiere infinite di gente che lo utilizza come carattere di scrittura nelle finestre di conversazione, magari in rosa shocking o verde ramarro; mi è capitato di imbattermi in menu dei ristoranti scritti in Comic Sans; guide di musei scritti in Comic Sans; abusi vari ed eventuali non solo nell’advertising; ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la tabella delle lezioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano stilata con questo stupratissimo font.

Non sono l’unica ad essermene accorta: lo dice Wikipedia Italia (http://it.wikipedia.org/wiki/Comic_Sans) e lo dice una campagna di sensibilizzazione dal 2003 (http://www.bancomicsans.com), a cui sarebbe veramente il caso di aderire.

Il font Comic Sans fu ideato con l’intenzione di imitare i caratteri dei fumetti (in inglese comic), e onestamente davvero non riesco a capire perché non abbia preso lo stesso piede il Brandley Hand Script

Mi rendo conto spesso che non sono la sola ad aver sviluppato un’avversione profonda, frammista a leggere crisi di insofferenza epilettica, alla vista dell’abuso di questo font; perciò invito non solo ad aderire alla campagna di Ban Comic Sans per chi la pensa come me, ma anche a dare un occhio ai siti che forniscono free fonts al fine di smetterla di usare sempre il Comic Sans. E cercare di stanare chi è quel criminale che ce l’ha messo come font di default nel software di editing testuale.

Uno dei migliori siti web per i font elettronici è www.dafont.com, un altro meno conosciuto è www.typenow.net.

Combattiamo il conformismo partendo dalle piccole cose…

Antonella
Font Director JECoMM

 

 

 

Apr 01

Effetto Expo

Scritto da Alfredo Chiaro (April 1, 2008 @ 10:45 am)
Eventi, Riflessioni 6 Comments »

Si è ufficialmente esaurito JEconnection!, il meeting di marzo di JADE Italia, organizzato dal team di JECoMM. L’esperienza dell’organizzazione di un evento, soprattutto per una realtà così giovane come la nostra (neanche un anno dalla costituzione), è senza dubbio motivo d’orgoglio per tutti noi. I (per fortuna) pochi errori non hanno fatto altro che accrescere il nostro bagaglio d’esperienze, e ci permetteranno di creare un evento ancora migliore la prossima volta.

A meeting concluso, arriva anche l’annuncio che Milano ospiterà l’Expo 2015, battendo la turca Smirne. Grossa ricaduta sull’immagine della città, bottiglie di spumante (e veleni) tra i politici, parecchi numeri già dati in pasto ai giornali: 44 miliardi di euro di fatturato in più alle imprese lombarde (+10%), 70 mila nuovi posti di lavoro creati. Saranno davvero 70 mila nuovi posti, o semplici rimpiazzi? Su chi ricadranno i benefici, ci sarà distribuzione equa e meritocratica, oppure una nuova ondata di raccomandazioni? Come si risparmierà sul cemento aumentando le costruzioni? Non sappiamo la certezza di queste previsioni, si tratta di sole stime. Ma dovrebbero richiamare alla memoria il sempreverde Mentire con le statistiche di Darrell Huff, manuale anti-inganno del 1954, giustamente diventato il libro di statistica più venduto di sempre.

Expo 2015

Quello che ci rimane, oltre la manipolazione statistica e l’irriducibilità dell’informazione creativa, è un senso di soddisfazione per il fatto di essere considerati i cittadini di una Lombardia dinamica e intraprendente. Come scrive Gianfranco Fabi sul Sole24Ore, una Milano fatta di “cultura, vocazione internazionale, capacità imprenditoriale, creatività”, che manco farlo apposta sono i pilastri su cui è nata l’avventura di JECoMM: una piccola organizzazione che pensa in grande. E, perché no, che vuole aggregare l’eccellenza universitaria per lanciare nuovi talenti verso una grande Expo.

Feb 01

Un lavoro da 30 e lode!!!

Scritto da Luca Cavallo (February 1, 2008 @ 4:24 pm)
Jecomm Life, Riflessioni, Università 4 Comments »

Sappiamo che le Junior Enterprise offrono la possibilità di applicare quello che si studia in università in progetti di aziende vere. Ma cosa succederebbe se faccessimo l’operazione inversa? E cioè preparare un esame universitario come se facessimo un progetto in JECoMM?
Io, Luca, e la mia fida compagna di molti progetti Francesca lo abbiamo fatto, seppur senza renderci conto che stavamo applicando quello che abbiamo imparato nella nostra Junior…
L’esame era di comunicazione Pubblicitaria e per passarlo era necessario fare 3 tesine dedicate ad un annuncio stampa, ad uno spot e ad un’operazione di confronto tra packaging di prodotti uguali ma di marche diverse (più complicato a dirlo che a farlo quest’ultimo!).
Non è certo facile gestire un lavoro di gruppo se due persone abitano lontano e hanno anche altri impegni. Spesso emergono dinamiche che tendono a rendere il lavoro difficile e pesante e a volte quando due persone la pensano diversamente viene dura arrivare ad un accordo.
Ed è proprio qui che entra in gioco Jecomm. Da quando siamo in Junior conosciamo il nostro modo di gestire un lavoro e ci capiamo al volo su quello che c’è da fare. Nel nostro caso specifico siamo riusciti appieno ad integrarci.
Francesca possiede una puntualità ed una puntigliosità senza precedenti, unito ad un forte entusiasmo nello svolgere i lavori prefissati e una forza di volontà nel fare un compito che sicuramente non appartiene al mio modo d’essere. E’ riuscita a coinvolgermi e a farmi dare il meglio di me.
Luca anche se impegnato con la laurea e con il computer rotto (il caso vuole che si rompa sempre quando c’è un progetto da fare) è riuscito a dare quel tocco di originalità al progetto con delle intuizioni davvero interessanti. Insomma, sapevo che poteva fare bene se si fosse impegnato e ho cercato di motivarlo per rispettare le scadenze che avevamo mantenendo sempre a livelli alti il nostro lavoro.
Il risultato è stato strabiliante! Il lavoro è stato svolto alla grande ed in maniera divertente e un’altro voto così me lo scordo in tutta la mia carriera universitaria!
Grazie Fra&Luca! Grazie Jecomm!
Il post scritto da Antonella esprime pienamente quello che si raccoglie da un’esperienza in una Junior, ma non è abbastanza: bisogna viverla…e per fortuna noi lo stiamo facendo!

Luca & Francesca