Post referendum: quali conseguenze economiche?

Il giorno 4 dicembre 2016, in tarda serata, dopo 8 mesi e mezzo di comizi, dibattiti e mobilitazioni
popolari, si è conclusa la campagna politica più lunga e accesa degli ultimi cinque anni. Il
referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma “ddl Boschi”, che avrebbe dovuto introdurre
una serie di modifiche alla nostra Carta Costituzionale, è riuscito a portare alle urne il 65,5% degli
italiani, numeri che non si vedevano dal ’93. Ancor più sorprendente della grande partecipazione
è stata la forza del risultato: un secco 59.1% per il “No”, che oltre a segnare le immediate
dimissioni del presidente del consiglio Matteo Renzi, principale promotore e fautore della riforma,
apre l’Italia a scenari economici ancora ignoti.

Dopo oltre una settimana dall’esito del referendum assistiamo innanzitutto all’assenza di una vera e propria reazione da parte dei mercati borsistici; assenza curiosa considerando che di fatto smentisce tutte le previsioni catastrofiche che moltissime personalità del mondo industriale, finanziario ed economico in genere avevano paventato a sostegno della riforma.


Il grafico denota che pur avendo riscontrato un
lieve calo (-0,21%) il giorno seguente al
Referendum, l’indice di Piazza Affari ha
mantenuto il trend positivo che lo
contraddistingue dalla fine di novembre.
Anche l’indice FTSE Italia All-Share, che
raggruppa i titoli ad alta, media e piccola
capitalizzazione, non ha mostrato particolari
reazioni dopo il 4 dicembre lasciando sul
terreno appena un decimo di punto
percentuale.



Anche la differenza tra i rendimenti dei Titoli di Stato italiani e tedeschi, meglio nota come “spread”, non risente in modo negativo degli eventi politici che si sono consumati in Italia questa settimana: anzi, mostra una tendenza al ribasso fatta eccezione per un lieve aumento (da 162 a 166 punti) nel “day after” dell’esito referendario e della caduta de facto del governo Renzi.






A distinguersi dalla non-risposta dei mercati è però un attore finanziario di non poco conto:
parliamo dell’agenzia di rating americana Moody’s, che a poche ore dalle dimissioni del Premier
Renzi ha deciso di tagliare l’outlook sulla sostenibilità del debito italiano portandolo da “stabile” a
“negativo” (ma confermando il rating a Baa2). Moody’s motiva la sua decisione in seguito al
naufragio del ddl Boschi e all’apertura della crisi di governo, che secondo l’agenzia non fa altro
che aggravare la situazione economica già stagnante e rallentare il processo di riforme di cui
l’Italia avrebbe disperatamente bisogno. Tuttavia si tratta di una reazione prevedibile: Moody’s,
sin dall’inizio espressamente a sostegno del fronte del “Sì”, non fa altro che rimanere coerente
con quanto comunicato finora dai suoi specialisti. Per avere valutazioni più neutrali forse sarà
meglio attendere ancora qualche mese, quando le analisi si scinderanno dalle previsioni.

Le conseguenze economiche di rilievo se non sono scrutabili nell’immediato potrebbero pertanto essere quelle a lungo termine. Vengono ipotizzate principalmente: una maggiore difficoltà dell’Italia a convincere gli investitori internazionali (che da sempre insistono sul bisogno di riforme strutturali) a puntare sul nostro Paese e possibili conseguenze negative sul grande debito pubblico in caso di un taglio del rating da parte di agenzie come la sopracitata Moody’s o S&P. Se la prima conseguenza può essere ridotta ad una mera supposizione la seconda risulta invece più fondata ed impellente: Standars & Poor ritiene il debito italiano un solo gradino superiore al grado “Junk” (ovvero “spazzatura” o più elegantemente “non-investment grade”) se dovesse verificarsi un downgrade si innescherebbe una catena di vendite (obbligate) da parte di tutti gli investitori internazionali che trattano solo di obbligazioni “investment grade”, con conseguenze potenzialmente molto pericolose per la solvibilità dell’Italia.

Due sono i fattori da prendere in considerazione se vogliamo fare una stima degli scenari in cui potrebbe imbattersi l’Italia: innanzitutto la natura catastrofica delle previsioni deve essere fatta risalire agli interessi dei clienti per cui lavorano le agenzie di rating, se i grandi investitori internazionali piangono non è detto che le piccole medie imprese (che in Italia rappresentano il principale tessuto produttivo, circa 66 imprese ogni mille abitanti, con un peso del 12% sul PIL ed oltre 15 milioni di addetti) debbano rattristarsi più di tanto, anzi. In secondo luogo demonizzare il referendum come spartiacque tra un’Italia “che vuole cambiare” ed un’altra accusata di immobilismo è deleterio: il referendum sancisce de facto il primato della politica sull’economia, alle urne sono stati chiamati dei cittadini, non azionisti e brokers internazionali, e l’esito non può essere spacciato tout court come una chiusura degli italiani all’uscita dalla crisi e a nuove prospettive economiche. Il voto degli italiani deve venir letto per quello che concretamente rappresenta: una presa di posizione, condivisibile o meno, rispetto ad una modifica costituzionale vasta e per certi aspetti radicale. Ciò che invece sarebbe meritevole di riflessione è il dato riguardante l’affluenza al voto e l’intensità del dibattito che ne è scaturita, entrambe sintomi di un Paese reattivo e capace di elaborare criticamente le sue potenziali vie d’uscita dalla crisi bilanciando il delicato rapporto tra diritti e profitti.

Valerio Bertoni, area commerciale
Pietro Saccomanno, area comunicazione

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