Il caso (infinito) di Monte dei Paschi di Siena

È sicuramente l’argomento principe delle testate economiche nazionali, nonché uno dei casi più
intricati e complessi di fronte a cui si trova l’economia bancaria e la finanza in generale. Nel 2010,
Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. aveva brillantemente superato lo stress test a cui era stata
sottoposta dal ‘Committee of European Banking Supervisors’, e poi confermato la solidità della sua
posizione nei primi mesi dell’anno successivo, classificandosi quarta tra le banche a maggior
capitalizzazione quotate sulla borsa italiana di Piazza Affari. Malgrado questi risultati, il 2011 si
concluse con una perdita netta di 4,69 miliardi di euro, causata principalmente dal pesante esborso
di denaro (10 miliardi di euro) che la banca senese, nel 2007, aveva effettuato al fine
dell’acquisizione di Banca Antonveneta, prezzo che gli analisti ritenevano fin troppo alto;
considerando che solo un mese prima la stessa era stata rilevata da Abn Amro per soli 6,6 miliardi,
con l’aggiunta della controllata Interbanca.

Nel tentativo di risolvere la grave situazione economica a cui la banca stava andando incontro,
veniva proposto, con l’elezione di un nuovo board capeggiato dal neo-presidente Alessandro
Profumo, un piano industriale lacrime e sangue che, tra le altre, prevedeva un taglio di 4600 posti
di lavoro e la chiusura di 400 filiali entro il 2015. Con il passare del tempo la situazione non
sembrava risolversi. Per questo motivo a giugno del 2014 l’assemblea dei soci deliberava un
aumento di capitale sociale per 5 miliardi; questo però non ha evitato a Mps una netta bocciatura
negli stress test a cui venne sottoposta dalla Banca Centrale Europea, costringendola a varare, a
solo un anno dal precedente, un’ulteriore ricapitalizzazione, ma questa volta da 3 miliardi,
spalmata su base mensile a partire dal 25 maggio 2015.

Nell’ultimo trimestre del 2016 Marco Morelli, nuovo AD del gruppo, organizza un roadshow
per l’Italia, che lo porta ad illustrare ad analisti e giornalisti il nuovo piano industriale 2016-2019, con l’obiettivo di “creare una banca patrimonialmente solida e con un ridotto profilo di rischio”, avendo in previsione ricavi nel 2019 pari a 4.518 milioni e un risultato operativo netto di 1.507 milioni, a fronte di 2600 esuberi e della chiusura di 500 filiali. Elementi questi, che porterebbero ad un taglio del costo del personale di circa il 9% e delle spese di amministrazione del 4%.



Il profondo impegno di Morelli, affiancato dalla garanzia di importanti istituti di credito
come JP Morgan, faceva scorgere almeno una parvenza di luce in fondo al tunnel della profonda
crisi che da anni contraddistingue la banca di Rocca Salimbeni.
I garanti economici, vista l’incertezza portata dall’esito del Referendum Costituzionale del 4 dicembre,
avevano mantenuto la riserva su un loro possibile abbandono dell’appoggio del progetto che li vedeva
in prima linea nella sottoscrizione dell’aumento di capitale. Questa eventualità divenne poi realtà con la
vittoria del ‘No’. Mps però continuò a promuovere l’aumento di capitale presso gli investitori, motivato
anche dalle notevoli commissioni che verranno pagate da Mps alla sola JP Morgan. Quest’ultima inoltre
avrebbe garantito anche sulla cartolarizzazione dei Non-Performing Loans, ossia quei prestiti che dopo
lo scoppio della bolla dei mutui subbprime del 2008 non sono ritornati nelle mani della banca e che
attualmente pesano su tutte le casse italiane, Mps in primis con una quota di Npl del valore di 27,7
miliardi di euro.
Essendosi quindi defilati gli attori su cui contava il piano industriale, il CdA sta cercando di giocare
l’ultima carta possibile prima dell’intervento dello Stato che, nel peggiore dei casi, potrebbe portare
all’applicazione del bail-in. Dopo aver ottenuto dalla BCE un secco ‘No’ a una proroga di 20 giorni
dell’aumento di capitale, in data 15 dicembre il CdA di Monte dei Paschi ha approvato la delibera per
l’aumento di capitale da 5 miliardi di euro da sottoscrivere entro il 31 dicembre, di cui il 35% sarà
destinato al pubblico in Italia e il 65% riservato a investitori istituzionali. Al board della banca non è
quindi rimasto che aspettare il via libera da parte della Consob, arrivato nella notte tra il 15 e il 16
dicembre, e poi sperare che l’operazione di aumento, che si terrà tra il 19 e il 23 dicembre, vada
per il verso giusto; per arginare una volta per tutte la concatenazione di errori che ha portato Mps
alla situazione attuale.

Daniele Dossi
Area commerciale

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